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if superheroes couldn’t fly, they’d ride a bike!

10 agosto 2010

Ecco. Torno a Londra dopo tre settimane di svacco europeo, di estate seria ma breve e pericolosa esposizione ai raggi ultravioletti. Il rientro in questa isola di merda è sempre drammatico, esci dalla scatola di latta dopo un atterraggio nella tempesta che ti chiedi perchè. Ti penti immediatamente.  Indossi l’indossabile che c’hai nello zainetto, tra un pò ti metti addosso anche la custiodia del computerino.

Fin qui, malissimo. Rimpiangi il rosè by the pool nella super villa provenzale, la vista sul Luberon, la volta che ti sei persa nel bosco e il tuo ragazzo ha iniziato a consolarti raccontandoti macabri racconti sulle morti dei cacciatori ubriachi, rimpiangi quando sei andata al teatro romano di verona a vedere i momix con la mamma e la mamma che ha ronfato per tutto lo spettacolo, vuoi le tue amiche, vedere la pancia di Laki che cresce, godere degli ultimi giorni di vita della cà gardin che porti nel cuore.

Poi in realtà spunta il sole – Londra alla fine è carina col sole – e così metto l’alluce fuori casa, per manina colla mia metà. Passeggiando, lo sguardo mi cade su questo ammasso di bici parcheggiate lì.

E sta roba cos’è? Eh, sta roba è una figata.

Però. Ci rimango quasi malino. Un sindaco conservatore come Boris Johnson che mi sorprende, non me lo aspettavo, ma sto giro se li merita tutti i petali rossi sul palco. Perchè il Barclays Cycle Hire è indubbiamente un salto di qualità nella vita di questa città, un esempio di civiltà evoluta ed eticamente corretta. Non è che ci volesse un genio per capire che città come Copenhagen, Amsterdam e Zurigo fossero all’avanguardia, però bisogna ammettere che per le dimensioni di Londra (sette milioni e mezzo di persone che vivono in un’area amministrativa pari a 1.579 kmq, 14 milioni se si considera l’area metropolitana che si estende per 8.382 kmq!) non è facile gestire un traffico simile di umani su quattro ruote.

Lanciato il 30 Luglio di quest’anno, il NoleggiaBici ha tutti i potenziali per rivoluzionare il modo in cui gironzoliamo per sta città, un modo per mettere un pò da parte i vecchi rottami di bus e metro e mettersi a cavallo di bici fighe ed eco-amiche, pedalando in salute e sicurezza.

Per una membership annuale di £45 che ti permette di viaggiare la prima mezz’ora a gratis (per un’ora £1, un’ora e mezza £4 e così via), gli utenti potranno prelevare una bici dalla loro stazione locale, andare al lavoro, al ristorante, a farsi il pedicure, e mollarla dove gli pare e piace.

In otto giorni di lavori in corso, il gigante bancario Barclays investendo 130 milioni di sterline ha creato un network avanzato di Superstrade per biciclette con apposita segnaletica, corsie colorate di blu e 400 stazioni sparse per la città per un totale di 6000 bici in circolazione. Per il momento. Perchè l’obiettivo del TFL (la rete di trasporti pubblici) e del comune è quello di aumentare del 400% l’uso delle bici entro il 2025. Ma non solo.

Grazie a questa intelligente iniziativa posso iniziare a sperare che – dato l’aumento potenziale di numero di piste ciclabili – la mia dolce metà la smetta di cadere a terra e sbucciarsi le ginocchia sul ghiaino o volare dalla bici dopo aver urtato una motocicletta in contromano . Non solo, si cerca di invitare la gente a non finire soffocati dentro un autubus in una bella giornata di sole e tutte queste cose qua.

Contro le emissioni di co2 e di milioni di singoli stronzi al volante, cari londinesi, siate un pò supereroi e mettetevi al galoppo!

il cielo in una stanza

6 luglio 2010

Erano le tre di mattina quando ieri sera ho lasciato gli Stomp studios per tornarmene a casa, l’occhio assonnato, non un’anima in giro. Le uniche che incontro in giro la notte di un tranquillo lunedì estivo sono le volpi. Affamate e silenziose, sono tantissime. E su di me, nonostante l’aspetto un pò trasandato, esercitano un fascino tutto esotico.

Pedalare dai London Fields al Denning Point è sempre un piacere, è come attraversare un paesaggio al confine tra il selvaggio e l’urbano. Il percorso ciclabile che sparisce tra minute stradine che corrono nel parco accostano la fattoria di Hackeny passando per il mercato di fiori di Columbia road e il Broadway market che riposa, costellato dalle pittoresce case basse in stile ugonotto.

L’east end londinese negli ultimi dieci anni si è colorato di un fascino multiculturale che fa invidia al lower east side new yorkese di metà ottocento. Comunità intere di stranieri (bengalesi e pakistani, africani, sudamericani) hanno importato tutto quello che potevano dalla loro terra natale. Interi negozi, supermercati, mercati, moschee, radio, televisioni, banche e quantaltro sono in mano ai nuovi cittadini britannici. A Whitechapel c’è uno dei miei mercati preferiti: bizzarre famiglie di ortaggi vengono importate dall’Asia, i mercanti non parlano inglese e più della metà delle donne che si vedono in giro sono avvolte in variegati scialli o coperte da capo a piedi di nero pece.

Nel bel mezzo dei London Fields c’è una piscina che nelle poche giornate di estate fa il pienone. La settimana scorsa mi sono ritrovata a fare la coda fuori sotto il sole cocente e ad osservare il viavai umano. Delle persone che aspettavano di entrare, credo di aver contato così tanti non inglesi che a un certo punto non se n’è più visto uno, di vero londinese. Dopo due anni qui, ormai smetti di far caso a tutti i connazionali che ti circondano. Se parli con un giapponese, ti fa più o meno lo stesso discorso. Con un francese, idem. Lo spagnolo anche. Per non parlare del polacco. Tutti però concordano nel dire: si, a Londra c’è tantissima gente del mio paese, ma tanti come gli italiani, non ce n’è.

Un paio di settimane fa sono stata in vacanza a Trapani, la punta d’italia più vicina all’Africa. La regione di Trapani è ricchissima di un patrimonio culturale e ambientale che vive aimè di un glorioso passato e di un presente in decadenza. Passeggiando per la città non puoi fare a meno di far caso al numero di case disabitate, le tapparelle chiuse e le luci spente. A dar vita a molti vicoli e piazze della città sono i branchi di cani randagi che dominano le diverse aree: liberati dal sindaco dalle sbarre del canile, decine e decine di cani di tutte le razze, dimensioni, caratteri e manie, girano liberi e indisturbati per la vecchia città, alcuni cittadini si prendono cura di loro e i cani più vecchi dispongono di brandine dove ronfare per la maggior parte del tempo. A parte i cani e gli anziani, sono pochi i trapanesi che sono rimasti. L’85% dei giovani di Trapani ha lasciato la propria città: la metà di questi si è trasferita a Palermo, Napoli, Roma, Milano o Torino.

L’altra metà vive e lavora a Londra.

I am Palestine

14 maggio 2010
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Termina oggi a Londra il Palestine Film Festival dopo due settimane di proiezioni e dibattiti tenutosi tra il Barbican Centre e la Soas – the School of Oriental and African Studies.

IO purtroppo sono arrivata come al solito in ritardo.. Un’amica me l’ha segnalato solo una settimana fa, e da allora ogni pomeriggio prendo la bici e pedalo contro vento fino alla Soas pronta con il pacchetto di fazzoletti in mano alla visione del prossimo documentario.

Sono stati giorni intensi, intervallati per altro da un intervento di Hazem Jamjoum, Communications Officer al Badil Resource Center for Palestinian Residency & Refugee Rights (http://www.badil.org) di Bethlehem. Una conferenza importante e istruttiva e sicuramente molto ispiratrice organizzata dal King’s College of London Action Palestine. Molti i riferimenti al saggio di Eyal Weizman Hollow Land di cui per altro parla Benni in quel post lì. Per chi fosse interessato, sarà possibile  a giorni scaricare l’intervento di Jamjoun da qualche parte in rete che ancora ignoro. Appena mi verrà segnalato lascerò un messaggino.

Ne approfitto di questa sede per segnalare e invitare chi fosse interessato alla visione dei documentari che più mi hanno colpito.

I am in Jerusalem di Mona Jaridi (2007). Documentario che esplora la vita nella Gerusalemme occupata attraverso gli occhi di un bambino di undici anni. Simpatico e facile da digerire.

The Arson Continues di Bashar Hamdan (2009). Il 21 agosto 1969 un incendio scoppia nella moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. Un documentario che discute le controversie di quell’atto e e tutto ciò che tutt’oggi gira attorno ad esso.

Welcome To Hebron di Terje Carlsson (2007). Girato completamente ad Hebron nella West Bank, questo documentario si sviluppa attorno al commovente ritratto della dicisattenne Leila Sarsour, delle persone che fanno parte della sua vita e di quelle che ogni giorno la rendono impossibile. Toccante nei contenuti, impeccabile nella tecnica. Difficile uscirne senza provare il desiderio di farsi saltare in aria nella sinagoga più vicina (…).

25 Thousand Tents or More di Samer Salameh (2008). Questo documentario racconta le storie di alcune centinaia di palestinesi iracheni bloccati nel campo di al-Tanaf, nella no-man’s land tra Siria e Iraq. In seguito all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, i Palestinesi che vi avevano trovato rifugio dopo il 1948 vengono costretti a un ulteriore esodo. Samer Salameh, che ho conosciuto durante il mio ultimo soggiorno in Siria, si è visto rifiutare la richiesta del visto e non è potuto essere presente alla visione del suo film. E’ la quarta volta che viene invitato a un festival in giro per il mondo e la quarta volta che non riesce ad esserci. La buona notizia è che oggi al-Tanaf sta chiudendo e ufficialmente tutte le famiglie sono state rimpiazzate tra Europa, Sudamerica, Australia e Usa. Alcuni degli intervistati nel film ho avuto modo di conoscerli in Svezia lo scorso invern: sono rifugiati politici e hanno uno stato che si prende cura di loro, per la prima volta dopo 62 anni.

I am Ghazza di Asma Bseiso (2009). Filmato dopo l’operazione Piombo Fuso che ha raso al suolo Gaza tra il dicembre 2008 e gennaio 2009, il film affronta l’impatto sociale e psicologico della guerra sulla popolazione, in particolare i bambini, attraverso la testimonianza del dr. Eyad Sarraj, uno dei massimi psicoterapisti attivi a Gaza. Struggente, raccapricciante, crudissimo.

To Shoot an Elephant di Alberto Arce e Mohammad Rujailah (2009) e con l’intervento e il prezioso aiuto di Vittorio Arrigoni, Eva Bartlett, Ewa Jasiewicz dell’ISM che assieme a due corrispondenti di Al Jazeera International (Ayman Mohyeldin and Sherine Tadros) sono stati gli unici stranieri rimasti a Gaza durante l’assedio. Girato interamente durante l’operazione Piombo Fuso, questo film segue gli straordinarie ed eroici coraggi degli autisti di ambulanze e del personale medico dell’ospedale al-Awda di Jabalya, offrendo allo stesso tempo un quadro generale dell’orrore di quei giorni a Gaza.

Six Floors to Hell di Jonathan ben Efrat/Video 48 Collective (2008). Nei pressi dell’incrocio Geha, a Tel Aviv, centinaia di palestinesi vivono sette piani sotto terra e ogni giorno cercano di entrare in Israele per cercare lavoro e portare a casa quattro soldi. Un ritratto di voci fantasma.

Jaffa: The Orange’s Clockwork di Eyal Sivan (2009). Un saggio politico che scava la storia del famoso frutto conosciuto in tutto il mondo come la “arancia di Jaffa” che era una volta un simbolo e un industria condivisa da arabi ed ebrei della Palestina.

Altra cosa, ho aggiornato finalmente i miei link qui in basso a destra da qualche parte.

Oltre a quelli di amiche, tipo Marta che cura vestiti e modelli coi fiocchi su LE Toille e Benni che tiene Semitismi, un blog assai interessante sul mondo arabo ed ebraico visto e analizzato da vari punti di vista, mi sono permessa di segnalare il lavoro di chi si fa un mazzo tanto in posti mica tanto carini in cui vivere. InGaza, RafahToday e GuerrillaRadio sono alcuni di questi. FreeGaza è il sito del movimento che organizza i convogli di barche che portano a Gaza cibo, medicine, materiale scolastico e quantaltro. Ho conosciuto proprio ieri Ewa Jasiewicz; le barche dice, – tra cui la Rachel Connie – sono pronte, ora servono solo i fondi. Se tra di voi c’è qualcuno che ha 50,000 euro e vuole dedicarli a questa causa, può contattarla tramite il link. Il sito dell’ISM funge anche come portale d’informazione, così come Electronic Intifada e il Palestinian Centre of Human Rights. Jews sans frontiers è un blog di ebrei anti sionisti.

Buona informazione a tutti.

presi dalle bombe

5 maggio 2010

Nel pomeriggio di ieri lasciavo il diciottesimo piano del denning point per recarmi in banca a depositare un pò di soldini. Non capita spesso così per l’occasione mi sono messa a fischiettare. 

Uscendo dal magnifico ascensore mi imbatto in un vicino agitato e preoccupatissimo che tutto d’un fiato mi fa guardi signorina che non la fanno uscire per di là, momentaneamente l’intera area è in una no-go zone, le conviene rientrare che starà più al sicuro.

eh?  

c’è una bomba fuori dal palazzo! si salvi chi può!

Non è che avesse detto esattamente si salvi chi può, ma da come mi parlava era come se nella sua testa non gli rimbalzasse altro pensiero che quello. Poi detto questo è inciampato in un’anziana bengalese ed è sparito correndo su per le magnifiche scale. 

IO sinceramente c’avevo già il sospettino, così invece che tornarmene a casa come tutti gli altri, ho preso la scorciatoia e sono uscita dalla porta sul retro.

Presenti all’appello in splendida forma molteplici esemplari della Metropolitan Police e della City of London POlice, che essendo il mio vicinato al confine con la City i due corpi si contendono il territorio e pure la medaglia del chi è più scemo di tutti.  

Vado in banca, torno dalla banca, stesso scenario. Nel frattempo una coda di 15mila veicoli è bloccata in tutta Commercial street e le bestemmie di chi è da un’ora che non muove un dito sul pedale arrivano fin da Dalston. La gente che era uscita per imbucare una cartolina o per comprare il latte non è autorizzata a rientrare. Ai bambini delle elementari è stata negata la ricreazione in giardino e sono incazzatissimi. Alle fermate del bus c’è tanta di quella gente che aspetta che hanno iniziato a darsi a cazzotti. 

Così mi avvicino al poliziotto più indaffarato di tutti e provo a rompergli i coglioni. 

Ma allora signor Poliziotto, si può sapere che succede? Cos’è tutto sto allarmismo?

Non sappiamo signorina, questi sono gli ordini. Apparentemente stamane un pacco sospetto è stato trovato in una macchina sospetta a qualche metro dall’uscita di Aldgate east. Le precauzioni non sono mai troppe signorina. 

Ma io che faccio adesso signor Poliziotto? è da un’ora che aspetto signor Poliziotto e non è possibile, uno esce di casa col brodo sul fuoco e torna che c’ha la pentola bruciata e il brodo prosciugato perchè bloccano l’interno vicinato per un pacco sospetto. E non per darle fastidio signor Poliziotto, ma non è che state cercando di simpatizzare un pò troppo con i vostri colleghi a new york? no perchè ogni volta sembra che dovete copiare tutto quello che succede oltre oceano. 

Signoria non è questa la sede, si sposti, non vede che sto lavorando?

E a quel punto, magicamente, l’ordine di sbaraccare il teatrino è arrivato, e si disfano i nastri e tutti rientrano nelle loro case. 

Poi ieri io ho fatto una mini ricerchina on line, ma nulla, il vuoto. 

Persino sul sito della polizia hanno omesso ogni minimo riferimento alla gaffe di Aldgate East. 

Il tipo della macchina deve essere stato il solito alcolizzato che s’è dimenticato il portellone della macchina aperto con dentro il pacco di stracci da mollare al charity shop. Son pronta a scommetere. 



aveva una valigia piena di nobili intenzioni

20 aprile 2010

 

tristezza a palate.

un post vecchio

19 aprile 2010

Mi trovavo a new york quando ricevo un messaggino in bacheca, una ragazza che a malapena conosco mi chiede di entrare in un progetto fico. Vuoi lavorare? mi fa. Paghiamo.

E già qui uno al giorno d’oggi dovrebbe baciare il pavimento solo per ricevere una proposta di lavoro pagata. 

Accetto. La domenica di pasqua inizio a lavorare.

All’inizio, non capisco una eva. La tipa mi parla in un accento indecifrabile, si mangia le parole e io ho smesso dopo mezz’ora di chiederle di ripetermi le cose almeno tre volte prima di capire il messaggino chiave.

Dopo tre giorni di studi ed esperimenti ho in testa qualcosa di molto chiaro, finalmente. 

Inanzitutto, sto lavorando per un tipo che si chiama Moritz Waldemeyer, il quale lavora con Hussein Chalayan, che io adoro. E già qui, mille pollici in su. Ma i signori sono notoriamente troppo busy per mettersi a cucire. Quindi fanno riferimento ad assistenti. IO nel frattempo, sono diventata una sua assistente. Dopo aver lavorato per creare il primo prototipo, il giorno prima di incontrare il cliente, ricevo come premio l’offerta di andare a Pechino. Dopotutto, dopo 26 ore filate di lavoro uno come minimo si aspetta il contentino.

A Beijing sta per succedere uno degli eventi mondani più IN dell’anno, ovvero l’auto car 2010. Ossia, una fiera di macchine. All’apertura dell’evento, 14 kong fu fighters metteranno in scena una performance di arti marziali della durata di cinque minuti, il tutto condito da effetti speciali all’avanguardia gestiti dalla mente malata del signor Waldemeyer. Questi combattenti, che vogliono fare gli alternativi, vogliono vestirsi da james bond. Quindi a noi ci tocca creare degli abiti da uomo con applicazioni di elastici all over the body per evitare lo strappo. 

Per dieci giorni lavoriamo come delle negre, e io e la mia collega riceviamo il lusso di aver sotto di noi altre tre assistenti. Quindi ci si sente importanti, nello studio fico dell’east london. Con il fotografo personale che ci fa le foto mentre lavoriamo.

I turni vanno dalle nove di mattina alle due di notte, eccezion fatta per due giorni in cui si lavora 26/30 ore filate. Eh, il mondo della moda…

Venerdì mattina abbiamo tutto pronto. Sabato si parte per Beijing. Volo in prima classe sponsorizzato dalla mercedes Benz, alloggio nell’hotel più lussuoso di Pechino, autista e interprete privato. Una volta là si lavora a ritmi cinesi con sarti cinesi per creare il resto dei costumi. Venerdì la performance, venerdì il rientro a london e una buona mazzetta di soldi in tasca.

Tutto questo fino a quando un fottuto vulcano nella fottuta islanda non si è svegliato.

(Che forse la mia richiesta è arrivata al destinatario con qualche settimana di ritardo? Ma porca paletta. In tal caso, sta funzionando alla grande.)

omaggio a new york

19 aprile 2010

Due settimane fa circa ero in procinto assieme alla mia fox di lasciare new york per la seconda volta in vita nostra. Lungo il tragitto harlem – jfk ho sperato che dio guardasse in basso e che ci lasciasse nella grande mela per almeno altri tre giorni. E’ una tattica che adotto spesso quando devo lasciare un posto fico, la cosa mi aiuta a deglutire l’idea di dovermene andare, e fino all’ultimo a crederci di brutto. Sai quando speri che succeda un’evento paranormale.. per cause di forze maggiore ahimè tutti i voli sono annullati e toh che sfiga ci tocca rimanere a new york. mica male.

Come sempre mi è successo  in tutti i casi in cui ci ho sperato, la cosa non ha funzionato e ci siamo ritrovate ben presto nell’economy class del nostro boeing sti cazzi della virgin. 

Di new york non mi va di dire proprio nulla, perchè ci sarebbe troppo tempo da perdere. E perchè potrei piangere.

Senza titolo.

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