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il cielo in una stanza

6 luglio 2010

Erano le tre di mattina quando ieri sera ho lasciato gli Stomp studios per tornarmene a casa, l’occhio assonnato, non un’anima in giro. Le uniche che incontro in giro la notte di un tranquillo lunedì estivo sono le volpi. Affamate e silenziose, sono tantissime. E su di me, nonostante l’aspetto un pò trasandato, esercitano un fascino tutto esotico.

Pedalare dai London Fields al Denning Point è sempre un piacere, è come attraversare un paesaggio al confine tra il selvaggio e l’urbano. Il percorso ciclabile che sparisce tra minute stradine che corrono nel parco accostano la fattoria di Hackeny passando per il mercato di fiori di Columbia road e il Broadway market che riposa, costellato dalle pittoresce case basse in stile ugonotto.

L’east end londinese negli ultimi dieci anni si è colorato di un fascino multiculturale che fa invidia al lower east side new yorkese di metà ottocento. Comunità intere di stranieri (bengalesi e pakistani, africani, sudamericani) hanno importato tutto quello che potevano dalla loro terra natale. Interi negozi, supermercati, mercati, moschee, radio, televisioni, banche e quantaltro sono in mano ai nuovi cittadini britannici. A Whitechapel c’è uno dei miei mercati preferiti: bizzarre famiglie di ortaggi vengono importate dall’Asia, i mercanti non parlano inglese e più della metà delle donne che si vedono in giro sono avvolte in variegati scialli o coperte da capo a piedi di nero pece.

Nel bel mezzo dei London Fields c’è una piscina che nelle poche giornate di estate fa il pienone. La settimana scorsa mi sono ritrovata a fare la coda fuori sotto il sole cocente e ad osservare il viavai umano. Delle persone che aspettavano di entrare, credo di aver contato così tanti non inglesi che a un certo punto non se n’è più visto uno, di vero londinese. Dopo due anni qui, ormai smetti di far caso a tutti i connazionali che ti circondano. Se parli con un giapponese, ti fa più o meno lo stesso discorso. Con un francese, idem. Lo spagnolo anche. Per non parlare del polacco. Tutti però concordano nel dire: si, a Londra c’è tantissima gente del mio paese, ma tanti come gli italiani, non ce n’è.

Un paio di settimane fa sono stata in vacanza a Trapani, la punta d’italia più vicina all’Africa. La regione di Trapani è ricchissima di un patrimonio culturale e ambientale che vive aimè di un glorioso passato e di un presente in decadenza. Passeggiando per la città non puoi fare a meno di far caso al numero di case disabitate, le tapparelle chiuse e le luci spente. A dar vita a molti vicoli e piazze della città sono i branchi di cani randagi che dominano le diverse aree: liberati dal sindaco dalle sbarre del canile, decine e decine di cani di tutte le razze, dimensioni, caratteri e manie, girano liberi e indisturbati per la vecchia città, alcuni cittadini si prendono cura di loro e i cani più vecchi dispongono di brandine dove ronfare per la maggior parte del tempo. A parte i cani e gli anziani, sono pochi i trapanesi che sono rimasti. L’85% dei giovani di Trapani ha lasciato la propria città: la metà di questi si è trasferita a Palermo, Napoli, Roma, Milano o Torino.

L’altra metà vive e lavora a Londra.

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