Ho atteso più di un anno e mezzo prima di realizzare di aver bisogno di un grembiule.
La mia normale giornata londinese è scandita da due intervalli di una o più ore ciascuna davanti ai fornelli. D’altronde sono una femmina italiana, e certe cose uno non se le stacca dal dna. POi c’è da tenere in conto che non avendo un lavoro, ma qualcuno che mi paga le cose frivole come gli aperitivi nei bei localetti, il jazz domenicale, il cinema del mercoledì e robe simili, mi pare giusto restituire il favore cibando chi al lavoro ci passa le proprie giornate sprecando fiato e fatica.
Fatto sta che fino a ieri per evitare di trovarmi pezzi di cibo attaccati ovunque mentre cucinavo mi ricoprivo con un pezzo di stoffa marcio che Carlo un giorno portò a casa dal lavoro. MI disse che era un grembiule e tutt’oggi più lo guardo più mi sembra un pezzo di stoffa marcio. Comunque.
Ieri era domenica e piovendo a dirotto mi sono svegliata con la voglia di farmi un grembiule. Si lo so, sospetto anch’io di essere monotematica, prometto che sia l’ultima realizzazione a tema culinario.
C’ho un’amica che ogni tanto mette il naso nelle soffitte di gente deceduta e si mette a vendere quello che vi trova. La settimana scorsa mi ha mostrato una linea di grembiuli originali, a fiorelloni e con la macchia di mostarda fresca di qualche decennio.
Il mio grembiule che si chiama Aprile è una simpatica sintesi di quelli trovati in soffitta.
Il tutto è stato realizzato durante la visione più o meno vigile del Libro della Jungla.
La solitudine gioca brutti scherzi, ma stimola la fantasia.

IO, è da dieci anni che faccio uso della Ryanair.
La prima volta che l’ho scoperta c’avevo quindici anni e dovevo volare a Bruxelles. Erano bei tempi, ancora non viaggiavo con amiche che mi mettevano l’ansia di volare, le lotterie in volo erano per grazia di dio bandite, le finte cicche non te le sbandieravano davanti al naso e si poteva tranquillamente viaggiare con sette bagagli a mano pieni di bottigliette di acqua, profumi, shampoo, coltellini svizzeri e il kit del taglio e cucito senza che ti arrestassero e sequestrassero i tuoi beni ai controlli di frontiera.
Il mio primo biglietto Ryanair l’ho pagato settanta euro a/r. Ricordo di aver pensato: minchia che prezzi, qui inizia una nuova era. E così fu. Meraviglioso.
C’avevo sedici, diciassette anni. I miei fratelli maggiori col piffero che alla mia età si erano potuti permettere ste robe, viaggi a destra e manca per l’europa a prezzi stracciati. Era il massimo per un’adolescente come me che non riusciva a starsene buona nello stesso posto per più di qualche mese. Dai diciassette ai venti ho comprato più biglietti ryanair che caffè al bar. Dai venti ai ventitrè ho fatto più check-in on line che iscrizioni agli esami. La cagarella era la stessa, lo stomaco che ti si chiude di paura e angoscia, idem.
Nell’arco di dieci anni però le cose lassù negli uffici irlandesi sono un tantino cambiate. Ma così velocemente che alle volte ti chiedi se sono una fabbrica-di-regolamenti-succhia-soldi al posto di una compagnia aerea. Ricordo che una volta andai a Granada e quando tornai nel giro di cinque giorni quelli si erano inventati una nuova legge. E nessuno me lo aveva detto. E mi avevano fatto pagare addirittura cinque euro.
Questa storia dei soldi extra da pagare ha veramente rotto i coglioni, sono d’accordo. Non se ne può più. Ed è vero, più uno ci viaggia con sti qua e più si stressa, inevitabilmente. E più torna a casa e più si lamenta. Tutti quelli che viaggiano con Ryan c’hanno qualcosa da ridire, nessuno che applauda sincero alla fine del volo e si congratuli con questi signori. Nessuno che pensi, beh, almeno io sto weekend mi sono vista Parigi.
Ma io mi chiedo se questi che non fanno altro che lamentarsi (la sottoscritta inclusa) non ci hanno mai pensato a quello che hanno speso, cioè, sembra come se ti chiedessero diecimila sterline e poi ti mettessero nella stiva.
E io ci ho riflettutto attentamente nelle ultime settimane. E mò, vi dico anche perchè.
Ieri mi chiama un amico e mi dice oh bea, puoi comprarmi un biglietto per Oslo che io non ho la carta di credito? E io gli dico, no ciccio, me spiase. non ho neanche i soldi per pagare l’affitto, figurati se ti pago un biglietto aereo. Ma dài, mi fa lui, sono solo quattro sterline.
4 £. fanno due monetine da 2 £, o quattro da 1£.
Ovviamente poi gliel’ho comprato il biglietto, e lui al posto di ridarmi quattro monete da 1£ mi ha offerto due birre. Due birre per un biglietto aereo.
Ora, con quattro sterline non vai nemmeno da Liverpool St Station a Clapton in treno, che è a venti minuti di bicicletta.
La settimana prima ho comprato assieme a un amico un biglietto per Stoccolma pagandolo 14£, con tasse e check-in gratuito. Non saranno 4£, ma sono sempre una barzelletta. Se su quell’aereo becco gente che si lamenta io mi sento autorizzata a mandarla a Clapton da Liverpool St. Poi vediamo.
Poi c’è gente che mi dice, anche se sbagli una virgola, una lettera, ti tocca ricomprare un biglietto nuovo. Quelli della Ryan sono più fiscali di un burocrate inglese.

c'era chi avrebbe scommesso tutto, se solo avesse avuto tutto, che a lui non lo avrebbero mai lasciato imbarcarsi
E invece.
Questo ragazzo qui risponde al nome di Carlo Maria Gerini. Un giorno decise di andare a Dublino e si fece comprare il biglietto dal suo amico e compagno di viaggio. Ma l’amico lo conosceva per vie traverse, ciè, solevano comunicare negli ultimi mesi tramite facebook. E Carlo Maria Gerini su facebook fa Carlo Gerone. E’ come se la Gine fosse partita per Astrakan con un biglietto intestato a Palombella Rossa. Sarebbe mai arrivata in quel posto che assomiglia a una bestemmia? La risposta è no.
Invece con la Ryan, basta sbattere le ciglia incessantemente e dire che l’amico che ti sta a fianco è ritardato, e funziona. E’ che nessuno ci ha mai provato, ma quelli della Ryan sono facili da convincere.
Questo natale, passate da noi. E viaggiate con Ryan.
La settimana scorsa sono venuta a conoscenza dell’esistenza di un corso di millenaire – l’arte del fare cappelli – che si tiene ogni mercoledì proprio sotto il denning point, al terzo piano di un magnifico palazzo che era una ware house, dalle ampie finestre e dai pavimenti in parquet.
Visto che d’imparare non si smette mai, e che proprio questo mese la cricca di artiste s’è messa in testa di proporre un cappello, ho preso la palla al balzo e lo scorso mercoledì mi sono presentata in aula più puntuale di un orologio svizzero.
Così puntuale che la maestra non era ancora arrivata e che quelli della reception mi hanno mandato nel corso sbagliato.
Il corso sbagliato era un corso di pittura, il maestro e i due allievi devono aver avuto un’età media di cinquantanove anni e mezzo, uno era un barbone e l’altro un derelitto, mentre probabilmente il maestro era un ex alcolizzato, e uno addirittura c’aveva la bottiglia di whisky parcheggiata vicino al kit di pennelli che durante i sette secondi e quaranta della mia presenza in quell’aula si è fatto pure due sorsetti. così. non si sa mai.
La Crisis Charity Organisation, come suggerisce il nome, è un’organizzazione di beneficenza che si occupa di tutte quelle persone che vivono ai margini della società (ovvero, molte delle quali bazzicano tra le altre per le scale del denning point). Il loro motto è dare una speranza anche a chi non c’è la più o qualcosa del genere, e con questa filosofia organizzano tutto il possibile per cercare di inserire in un contesto civile gente che ci ha rinunciato da un pezzo, offrono pasti caldi, divani letto e attività ricreative per tutti i gusti.
Il tutto è meravigliosamente offerto dal comune di Londra, e le iscrizioni sono aperte a cani e porci (anche se vivi di rendita nel palazzo della regina). Non solo, oltre ad essere tutto incredibilmente for free, l’occorrente e i materiali sono inclusi nel sogno di un corso alla portata di chiunque. Insomma, entri a mani vuote e senza un penny in tasca, e puoi uscirne con un cappello in più.
La mia maestra si chiama Isabella e di cappelli ne sa a bizzeffe, ha lavorato per produzioni cinematografiche e teatrali e produce robe da mettersi in testa che fanno letteralmente girare la testa da quanto strafighe sono.
La mia prima lezione è stata intervallata da momenti di isteria e felicità, tanto incredulo mi pareva il tutto. Sul mio viso, un sorriso a trecentomila denti mi si è appiccicato addosso a mò di paralisi. Dentro di me urlavo e mi dicevo, c h e – f i g a t a.
Questo mercoledì è stato un mercoledì speciale e la maestra ci ha portato in gita al Costume Department del National Theatre. L’Head of Costume, un signore inglese sulla quarantina, ci ha portato in giro a visitare i dipartimenti che fanno parte di quel meccanismo che crea i costumi per le varie produzioni teatrali. Siamo passati per dei paradisi della creazione come la stanza delle stoffe, la stanza dei bottoni, delle calzature e dei cappelli, la dye room (meravigliosa), la wig & make up department (parrucche, trucchi e fantastici effetti speciali) e il wardrobe department dove mi sono incantata di fronte a delle macchine da lavoro spaziali, abbiamo assistito a un tipico cambio di costume da dietro le quinte, toccato e provato rifacimenti di costumi d’epoca e osservato la creazione dei costumi del prossimo The Cat in the Hat. Un’esperienza più unica che rara che ancora non ho capito perchè ci è stata offerta. Sta di fatto che ho rischiato l’infarto da eccitazione innumerevoli volte e tutt’oggi a distanza di due giorni non mi sono ancora ripresa.
Questo pomeriggio mi è successa una cosa inaspettata.
Voglio dire, nulla di trascendentale, ma che comunque mi ha commosso.
Tornavo dal mio solito giro domenicale al mercato di brick lane, quando vengo attratta da un richiamo.
freeeeeeeeesh freeeeeeeeee tortelloni by giovanni rana directly from verona! freeeeeeeeesh freeeeeeeeee tortelloni by giovanni rana directly from verona! venite ragazzi! buon appetito! mamma mia! tutto a gratis! venite!
una tipa paonazza in faccia sventola confezioni da 250 grammi di pasta fresca lanciandole letteralmente addosso ai passanti.
ovviamente, io non ci penso nemmeno mezza volta e mi butto.
siamo in tempi di recessione, e io lavoro come schiava per 5,50£ all’ora. qualsiasi cosa che mi viene regalata, io me la prendo. alle volte senza nemmeno controllare la data di scadenza.
comunque, visto che dovevo fare una puntatina al supermercato, uscendo sono ripassata davanti alla fila ormai chilometrica per farmi dare una seconda confezione di fresh ricotta & tender spinach.
e visto che poi dovevo riapassarci per forza per tornarmene definitivamente a casa, me ne sono presa una terza, di confezione.
per giovanni rana sono tempi d’oro. dalla settimana scorsa i suoi prodotti sono sbarcati da tesco e sansbury e sono già a metà prezzo.
da quando va in giro in cinquecento con gli interni a forma di tortello, succedono strane cose a suo nome.

fa tutto parte del business
Torna all’attacco la moda con il cervello.
Quest’oggi, sfilano gli sbavalli.
Avete mai desiderato mangiare colle mani, sbrodolarvi colla minestra alla porcara, afferrare il pesce per la coda, versarvi il rosso addosso o essere invitati a una cena araba?
Da oggi è possibile! E per di più uscendone illesi.
Breve storia dello sbavallo:
Un giorno il mio papi, che c’ha la pancia grossa ed è dalla macchia facile, mi dice: fammi un bavagliolo, che la mamma è stufa di lavarmi le camicie alla fine di ogni pasto.
Lo prendo alla lettera, e il giorno dopo chiamo in causa la mia fedela compagna russa per una creazione a quattro mani e due teste.
In una settimana produciamo quattro prototipi.
La settimana dopo facciamo le foto.
Ora cerchiamo uno sponsor.
Si accettano commissioni. Spedizioni world-wide incluse nel prezzo.

maccarone. ora che mi hai provocato, io te magno.

per un pasto nudo. maschile ovviamente.

sofisticato come un fiocco di raso.

sale e pepe inclusi nal prezzo. per un ospite che non s'accontenta mai.
buon appetito!
al giorno d’oggi c’è bisogno di moda utile, intelligente.
cioè, mentre a Madrid sfila in passerella il vestito-sedia, qui si sforna qualcosa di più sensato.
Sono entrata in una cricca di artiste sparse per il mondo. non conosco le loro facce, ma condivido progetti di creazione a distanza.
questo mese, uno zaino.
era da più di un anno che quando si presentava l’occasione mi mettevo a cercare come una forsennata uno zaino a misura delle mie esigenze. niente.
oi ciccia, guarda che non va più di moda lo zaino sai! mi fa l’ultimo tizio a cui mi rivolsi. ero sul punto di prenderlo a borsate.
quindi mi stai dicendo che ora devo indossare una gabbia per uccelli al posto di una gonna frufru solo perchè va di moda?
robe da matti.
no no, noi si fa sul serio.
sono stati giorni di produzione intensi. dall’inizio alla fine è stato un concerto per improvvisazione. il risultato, sorprendente. mi faccio i complimenti da sola.

100% naturale, ZAZA’ è stato assemblato dalle doti ingegneristiche della Cantante, la mia singer immortale.
Ricavato da esterni in canvas rigidi, gli interni e le multi task(e) sfoggiano un viola africano minimal floreale. Le bratelle morbidose ricordano dei salsiccioni in lana. Dai colori verde, viola e bianco. Lo schienale, importantissimo, è un concentrato di morbidezza, che anche se ti porti addosso il piombo, non te ne accorgi.

Le multi-task(e) sono la peculiarità di ZAZA’, che ne sfoggia sei. Sul lato destro, il porta bottiglia. Perchè io sono una che anche per andare a fare la spesa, se non c’ha l’acqua appresso si sente disidratata. E questo giro punto anche sulla bottiglia in vetro. (Re-using is better than recycling!)

Sul lato sinistro, ZAZA’ è lieta di presentarvi la space-cake, il porta fetta di torta. Essendo una che sforna dolci facilmente, ho pensato perchè no. Di solito finisco sempre per spappolarle, le mie fette di torta. Così non c’è pericolo. All’interno, il piccolo inserto per le chiavi. Perchè io di solito passo i classici dieci minuti fuori dalla porta di casa a rumare tra il casino delle mie borse, senza trovare le maledette chiavi. Da oggi con ZAZA’, so dove sono.

Il fondale, morbido e a scacchi, è anti cacca di uccello. Tra le possibilità, c’è la dama. Le imperfezioni da qui si notano particolarmente… il filo che vira a sinistra è frutto di una distrazione casuale. Sbandare dopo otto ora di lavoro filato, è lecito.

Eppoi, c’è la tasca esterna frontale. Ovale e magnetica.

Proseguendo, il porta cellulare e il porta tabacco interni (nella foto si nota il porta mobile e la fessura del porta tabacco). I miei calcoli non mi hanno tradita. Ho fatto le prove, e anche se sbatto ZAZA’ contro il muro o mi difendo contro attacchi inaspettati, il mio cellulare rimane lì. Immobile.
A prova di nokia. (Gli iphone e gli isticazzi non sono ammessi).
Infine, i ganci elasticosi. Due esterni porta lucette della bici. Che qui a londra non ti puoi sognare di lasciarli sulla bici neanche se ti fermi al semaforo. E uno interno blocca-mac, per accomodare il mio portatile durante il trasporto e fargli evitare le buche.
ZAZA’, simbolo di un artigianato intelligente, carino e simpatico.

ciao! mi chiamo luigi, il pesce rosso su di giri.
nasco da un paio di mani smaltate di rosso porpora.
il mio esistere è legato a un piccolo incidente di percorso che è capitato a un giovane italiano emigrato a londra. sono stato dedicato a lui, che una sera come un’altra si beveva mille birrette, barcollava ma non si dava per vinto, e a un certo punto prese in mano una bici al contrario e la pedalò in retromarcia atterrando sul marciapiede e spappolandosi a mò di banana split. risvegliandosi in un letto d’ospedale si era chiesto perchè. poi era andato a far pipì e si accorse di aver la faccia diversa. una ferita lunga e profonda ricucita da dottori bengalesi che varcava il sopracciglio per finire sulla guancia. una guancia dall’effetto mastico bigbable e qualche dolorino qua e là. la memoria breve, completamente fottuta.
all’uscita dall’ignoto ospedale, di fronte all’evidenza, il giovane aveva osato inveire contro la bicicletta addossandole tutte le colpe.
oggi, la povera bici da corsa è in vendita. la suddetta, presa in prestito di corsa una notte di follie sepolte nella memoria del giovane è ricoperta di nastro isolante, ma vanta un sellino in pelle di cammello con le molle michelin.
a me intanto mi hanno chiuso ermeticamente in un barattolo di sciroppo d’acero, parcheggiato sul comodino del giovane per non fargli dimenticare che dopotutto è un pesce lesso.
ma quello che mi manda su di giri è che io in bicicletta non ci so andare. e non ho mai mangiato una banana split.
(dedicato a tutti coloro che guidano in stato di infermità mentale)

peccato per il titolo in italiano.. l'immaginario calzava a perfetto. comunque, degna cornice per ciò che sto svelare.. (e grazie alice!).
The Imaginarium of dr Parnassus.
ovvero,
l’apoteosi della divina bellezza:
Heath Ledger (nulla è infinito, nemmeno la morte)
Johnny Depp
Jude Law
(Colin Farrell, me spiase, non è degno di entrare nella lista dei perfetti).
Una messa solenne nel nome dello strafighismo maschile per antonomasia.
Brevi ma intense le apparizioni dei nostri impossibili, ma degne di nota poichè mai si sono visti uniti nella stessa personalità, sotto l’ombrello dello stesso show.
Con tanto di curioso riferimento al celebre connazionale banchiere Calvi che venne impiccato sotto il Blackfriars’ bridge, proprio come i sovracitati.

Questo pomeriggio mi sono immortalata in una protesta organizzata da Stop Deportation network e dall’International Federation of Iraqi Refugee fuori dalla Communication House di Londra.
Era dai tempi del liceo mi sa che non andavo a una manifestazione, e che dire, mi sono sentita un attimo più giuovane. Questa volta però più che manifestare a ritmo di bonghi e sfumacchiando in peace and love ci si è messi a far sit in intelligente fuori dall’Immigration Reporting Centre. Purtroppo si era in quattro gatti: un iracheno, un curdo, l’inglesotto sulla cinquantina stile radical chic e il solito mezzo punkabbestia mezzo figlio dei fiori, semplicemente perchè il motivo del nostro dissenso è stato reso pubblico cinque minuti prima e nel mio caso solo perchè un’amica si trovava involta, mi ha fatto uno squillo e io mi sono buttata.
Le deportazioni di massa, che fino a l’altro ieri riportavano fortunati trovatelli verso luoghi esotici e pacifici come il kurdistan iracheno, su decisione della prestigiosa UK Border Agency, sono state dirottate oggi verso un luogo di villeggiatura che non ha eguali: Baghdad.
E ci tengo a sottolineare che le cose laggiù anzichè migliorare peggiorano a vista d’occhio. La gente continua ad ammazzarsi come prima solo che ultimamente si è smesso di fare caso all’appartenenza etnica o religiosa, perchè sostanzialmente non c’è più tempo da perdere, e chi ci bazzica mi dice senza troppi peli sulla lingua: meglio ammazzare il prossimo affinche il prossimo non sia tu.
Cioè, non dico che prima la gente fosse felice di tornarsene nel kurdistan iracheno, le deportazioni di massa sono illegali e vìolano il diritto fondamentale di movimento, però non mandateli a Baghdad. Questi mi mandano su tutte le furie, da Baghdad c’è gente che dice che cazzo fate non veniteci qua. Baghdad è il luogo meno sicuro al mondo, Mogadiscio in confronto è un resort pacifico.
E poi si chiederà uno, come li rimandano indietro?
Con un volo charter ovviamente.
Quello che il governo britannico sta facendo da un pò di anni a sta parte è la storpiatura di un diritto al ritorno che rimanda al mittente ogni anno un migliaio di sfortunati da poco approdati nel magnifico Regno Unito.
L’anno scorso hanno decollato 66 voli charter. Al governo britannico offrire così a casaccio le vacanze ai primi malcapitati è costato £8,227,553 solo nel 2008. All’inizio ci avevano provato ad usare voli pubblici, ma quando hanno iniziato a vedere gente attaccarsi alle borsette delle hostess imprecando pietà, chi si metteva a urlare tra un gate all’altro, o altri che cercavano di intrufolarsi in voli diretti in Jamaica, quelli dell’UK Border Agency hanno capito che era il caso di prendere provvedimenti prima che qualche birbante spifferasse al proprio rappresentante legale o raccontasse alla stampa.
Perchè il colmo è che la stessa agenzia che organizza deportazioni di massa stabilisce il diritto di ogni immigrato ad avere una rappresentanza legale, che poi sul più bello viene tenuta all’oscuro e che si ritrova boccheggiando quando improvvisamente il proprio cliente sparisce nel nulla.
ops. noi non sappiamo niente. si può sapere che fino ha fatto Abdul?
chiedeteglielo a lui, a cui avete sottratto il cellulare per evitare che chiamasse il suo rappresentante legale, che avete rinchiuso per giorni in una cella con un biglietto di sola andata per un giorno x, e che avete cacciato a suon di sberle su un volo charter solitamente destinato a volare a Sharm el Sheik.
Dunque, per far fronte ad un’operazione di deportazione di massa invisibile la UK Border Agency ingaggia un mucchio di compagnie aeree come la Hamburg International o la Czech Airlines, compagnie di bus che trasportano i deportati dai centri di detenzione agli aeroporti, come la WH Tours and Woodcock coaches, scortati da compagnie di sicurezza come la Group 4 Securicor.
Potrebbe stupire, ma la UK Border Agency (UKBA) è nata praticamente l’altro ieri, più precisamente il primo aprile del 2008. Prima di lei esistevano altre tre agenzie piccole e con pochi poteri che, su decisione del Cabinet Office, sono state inglobate in un unico, malefico, potentissimo corpo di controllo di frontiera. Oltre ad occuparsi dei controlli esterni come la questione visti, i controlli di frontiera dunque passaporti, l’UKBA ha a che fare con tutto ciò che riguarda le politiche interne legate all’immigrazione, che comprende l’asilo, bagoli burocratici relativi ai vari permessi di soggiorno e l’applicazione dell’esecutivo in maniera di sloggiamenti. Com’è il caso delle deportazioni di massa.
l’UKBA vanta un personale di 25,000 persone dislocate in 130 paesi diversi. Il loro slogan meno famoso è: combattiamo la disoccupazione scacciando gli immigrati.
Riporto dal loro sito: ” The UK Border Agency operates as the single force at the border for the UK. In August 2009 HM Revenue and Customs transferred several thousand customs detection officers to the Agency, following Parliament agreeing to give border customs control powers to the UK Border Agency. The Agency is developing a single primary border control line at the UK border combining controls of people and goods entering the UK”.
Chi rende effettive queste massime sono gli stessi che comandano nudismi di massa ai controlli di sicurezza di Stansted o che sequestrano un pankake con una spruzzatina di zucchero filato sopra (a me è successo, e pensavano fosse droga. uhhhh)
Per pietà.
E dalla stessa mente nasce la digitalizzazione dell’impronta digitale che da mò sventolano all’europa con orgoglio e che presto o tardi ci toccherà anche a noi del Continente.
Welcome to the United Kingdom.

Dice il garzanti: telepatia. s. f. fenomeno paranormale per cui tra due persone si stabilisce un contatto a distanza, senza il concorso dei comuni organi di senso, così che l’una avverte ciò che pensa o…
Mi trovavo a passeggio con un’amica del cuore, il silenzio e i London Fields ci circondavano.
Esaurite tutte le conversazioni, inizio a pensare a cosa pensare.
Quando, dal nulla..
Inizio a intonare:
Un – Dos – Tres – Un Pasito Bailante, Maria.
In quel preciso momento l’amica del cuore si blocca, si mette le mani nei capelli e inizia a ridere.
Esaurite tutte le conversazioni, anche lei aveva iniziato a pensare a cosa pensare.
Quando, dal nulla..
Si era misteriosamente chiesta che fine aveva fatto Riki Martin.
Per chi lo ignorasse, Riki Martin è diventato padre. Due volte in un colpo solo. Roba che solo dei mitici eroi come lui riescono a fare.
Nè la sottoscritta, nè l’amica del cuore hanno mai dimostrato nella loro meravigliosa esistenza il benchè minimo interesse nei confronti del macho latino.
La telepatia non semtte mai di stupirci.

